Lavoro dignità e vita. Appello per una legge regionale.

comitato comitadu3

APPELLO PER UNA LEGGE REGIONALE 

SUL LAVORO

“LAVORO, DIGNITA’ E VITA”

 

I proponenti:

L’ALTRA SARDEGNA

FRONTE INDIPENDENDISTA UNIDU

CONFEDERAZIONE SINDACALE SARDA

 

INVITANO

 

TUTTI COLORO CHE SI RICONOSCONO NELLA PROPOSTA AD ADERIRE ALL’APPELLO E A FAR PARTE DEL COMITATO

                                                                                        

PREMESSA

Nel 2014 circa 100.000 persone hanno lasciato lo stato italiano per andare a lavorare all’estero. Sebbene la  Sardegna sia ormai una terra spopolata anche 2447 sardi hanno abbandonato l’isola nello stesso anno, un numero notevole che si aggiunge all’emorragia di emigrati degli anni precedenti. Ciò è inaccettabile in una comunità degna di questo nome. Vanno dunque create le condizioni perché le persone non si trovino costrette a lasciare la loro terra in cerca di un lavoro o di un sostegno, necessari per sopravvivere. Prima di ogni altra cosa c’è la dignità delle persone, il loro diritto ad esistere senza l’umiliazione dell’indigenza.

In Sardegna come ovunque, ormai, la crisi economica ha favorito la concentrazione di ricchezza a vantaggio di pochi – sempre più ricchi – gettando nella povertà e nella precarietà le altre privandole del lavoro e dei beni personali.

Il risparmio e le rendite non a caso aumentano, mentre diminuiscono i redditi da lavoro ma anche gli investimenti nel settore industriale. La concorrenza globale determinando la moria delle imprese locali contribuisce ad accentuare lo sfruttamento e la precarietà, il lavoro sommerso e l’evasione fiscale, la fuga all’estero di molte aziende e la caduta della domanda di beni e di servizi per la ridotta capacità di spesa delle persone. A ciò si aggiunge la continua crescita della popolazione planetaria e l’automazione dei processi produttivi, che determinano licenziamenti, precarietà e disagio sociale per i singoli e le famiglie.

Fenomeni mai contrastati da adeguate politiche economiche, a causa delle forti pressioni lobbistiche sui governi e le amministrazioni pubbliche, che determinano una distribuzione squilibrata e iniqua delle risorse in bilancio. In Sardegna questa situazione è resa ancora più grave dal  comportamento non sostenibile dell’asse politico-economico formato dalla RAS, dallo Stato e dalle multinazionali, in particolare quelle energetiche, che mettono in scena una vera e propria azione predatoria di territori, risorse naturali e fondi pubblici a scapito del territorio e delle comunità sarde.

Interventi politici che si pongano nell’ottica di una maggiore giustizia sociale dovrebbero perciò ripartire da una più equa distribuzione delle risorse pubbliche, riducendo coraggiosamente i privilegi, i contributi alle imprese che non hanno prodotto nuovo lavoro né impedito i licenziamenti (e che, col jobs act, non garantiranno comunque lavoro stabile, oltre l’arco temporale in cui si erogano i contributi), contenendo allo stretto necessario gli appalti e l’affidamento in genere di lavori pubblici all’esterno, fonte di corruzione e vera emorragia di denaro pubblico, riformando il sistema fiscale regionale e comunale che risulta iniquo ed implacabile con la maggior parte dei cittadini, e scandalosamente comprensivo con chi gode di redditi elevati.

Per le ragioni anzidette, è più che mai evidente la necessità e l’urgenza di un salto di paradigma nella soluzione della grave crisi economica e occupazionale dell’Isola, del suo crescente impoverimento e spopolamento, poiché le vecchie e attuali ricette continuano a dimostrarsi inutili o vantaggiose solo per alcune categorie sociali. Mai come ora ci attendiamo pertanto un intervento coraggioso che sia una risposta autentica alla sofferenza, al sentimento di dignità e di giustizia del popolo sardo. Un intervento che deve partire, appunto, da una drastica operazione di ridistribuzione della ricchezza, prevedendo che parte delle entrate del bilancio della Regione Sardegna venga destinato, in via emergenziale, alla creazione della piena occupazione e al sostegno della capacità minima di spesa per coloro che ne sono privi, e che non possono però neanche lavorare.

La forma di lavoro che si propone, coerente con un modello di sviluppo ecosostenibile, dovrebbe nascere da progetti di miglioramento settoriale (ambiente, agricoltura e allevamento, turismo, cultura, infrastrutture, cura della persona etc.) elaborati nei territori (quindi dal basso e dalla conoscenza delle esigenze specifiche) coinvolgendo gli inoccupati a tal fine censiti da un ente preposto. Andrebbe coniugato il protagonismo dei territori con una regia pubblica (agenzia-anagrafe regionale del lavoro) rispettosa dell’identità e vocazione sia dei territori sia delle persone. Tra il reddito di cittadinanza – universale, incondizionato ma di non facile sostenibilità economica – e le inutili e dispendiose forme di sostegno all’economia e all’occupazione (da ultimo il jobs act), riteniamo dunque più percorribile questa terza via. Una soluzione preferibile alle altre per alcune fondamentali ragioni: 1. Perché tutelerebbe meglio la dignità delle persone prevedendo il lavoro come forma di restituzione del reddito percepito; 2. Perché il lavoro che si andrebbe a svolgere sarebbe coerente sia con la vocazione di crescita dei territori sia con quella delle persone; 3. Perché solo un lavoro così concepito sarebbe un utile e diretto investimento, di gran lunga preferibile a quelli attuali, spesso inutili e costosi; 4. Perché la corresponsione di un reddito senza una prestazione lavorativa seppure minima non sarebbe accettabile; la centralità del lavoro è fondamentale nella cultura sarda e trova riscontro anche nella Costituzione italiana (a cominciare dagli artt. 1 e 4).

 

I punti caratterizzanti la proposta:

 

La voce “lavoro” occupa uno spazietto del bilancio della spesa regionale (circa duecentomilioni di euro) se confrontata ad altre spese (la sanità ne assorbe circa 3400 e la voce “servizi istituzionali e generali e gestione finanziaria” circa 1600 – http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_46_20160111122322.pdf). Attraverso una opportuna revisione della spesa è necessario destinare importanti risorse regionali, a creare nuovo lavoro per tutti gli inoccupati dell’Isola, garantendo altresì un sostegno economico alle persone impossibilitate a lavorare. La forma di lavoro che si propone, coerente con un modello di sviluppo ecosostenibile (conversione ecologica dell’economia), nascerà da progetti di miglioramento settoriale (ambiente, agricoltura e allevamento, infrastrutture, patrimonio culturale, turismo, cura della persona etc.) elaborati nei territori coinvolgendo gli inoccupati, censiti  da un ente preposto impegnato ad accompagnare una situazione alternativa a quella passata e a quella attuale circa lavoro, formazione e welfare.

  1. Il nuovo lavoro (“lavoro garantito”, che non intende derogare alla doverosa preminenza del lavoro a tempo indeterminato), preceduto da adeguata formazione, impegnerà, a seconda della professionalità posseduta, dai due ai quattro giorni la settimana, e sarà sottoposto a controlli; esso dovrà assicurare un reddito mensile (reddito di lavoro garantito) pari alla soglia di povertà relativa aggiornata periodicamente dall’ISTAT (attualmente, di euro 780 netti mensili). La misura dell’impegno lavorativo varierà a seconda del livello di scolarizzazione e di professionalità della persona (da un minimo di 6 ore ad un massimo di 24 ore settimanali).
  2. Il reddito di lavoro garantito, permanendo i requisiti per la sua percezione e la costanza della prestazione, dovrà essere percepito ininterrottamente per almeno tre anni, salvo proroghe disposte dal legislatore. La costanza del reddito dovrà infatti avere come presupposto una progettazione continua nel comune di residenza o in quelli vicini, tale da impegnare ininterrottamente il lavoratore per i giorni e le ore previste. In caso di ridotta progettualità il reddito dovrà essere ridotto in misura proporzionale alla prestazione non resa.
  3. Nell’ottica della piena occupazione, parte del reddito dovrà essere corrisposta in altra forma (moneta complementare, abbonamenti per i mezzi di trasporto pubblici, banchi alimentari etc.).
  4. L’ente preposto dovrà garantire l’inserimento della persona assecondandone quanto più possibile la vocazione e le aspirazioni, nei diversi progetti all’interno del suo comune di residenza, o in altro comune vicino (fino a 50 km, purché raggiungibile con mezzi pubblici), e attraverso un adeguato percorso formativo.
  5. Alle persone impossibilitate anche temporaneamente ad offrire una prestazione lavorativa, che non fruiscono di una pensione, di un assegno sociale o di un reddito superiori a 5.400 euro annui netti (450 euro netti mensili) verrà invece garantito un sostegno (sostegno di solidarietà) in denaro e in altra forma (con moneta complementare, abbonamenti ai mezzi di trasporto pubblici, banchi alimentari etc.) dell’importo di 450 euro (5400 euro l’anno) da rivalutarsi sulla base della soglia di povertà assoluta determinata periodicamente dall’Istat.
  6. L’impoverimento crescente della popolazione e l’azione demolitiva dello stato sociale impone inoltre che si favorisca ogni forma di mutuo soccorso tra i cittadini, per finalità sociali e in aiuto delle persone in difficoltà. In particolare, favorendo il riutilizzo di spazi, di terreni e di edifici pubblici trascurati o dismessi, di fabbriche abbandonate (acquistate a suo tempo con soldi pubblici) per un utilizzo comunitario o da parte di singoli; o per far fronte ad esigenze abitative o di autonomia alimentare (coltivazione di terreni) a favore delle persone senza reddito o con basso reddito. I comuni e la Regione potrebbero incentivare la mutualità attraverso lo strumento fiscale. Riducendo o eliminando le imposte di competenza.
  7. Tutte le opere pubbliche (a eccezione di quelle complesse per le quali permarrebbe la scelta dell’esecutore in osservanza del codice degli appalti) saranno svolte direttamente attraverso il lavoro garantito.
  8. La richiesta non vuole essere l’ennesimo strumento assistenziale, ritenendosi la dignità della persona col suo bisogno di autonomia, di libertà e di crescita, obiettivo precipuo dell’iniziativa.

 

In sintesi:

 

– L’iniziativa partirà dal basso da progetti orientati ad uno sviluppo ecosostenibile coerente con la vocazione dei territori;

-questa forma di lavoro non deve sostituire, bensì integrare quella che dovrebbe essere la forma di lavoro ordinaria: con contratto a tempo indeterminato;

– dovranno essere considerate le attitudini e la vocazione delle persone coinvolte;

– l’apporto lavorativo del singolo si combinerà con l’esigenza di sviluppo sociale, culturale ed economico della comunità;

– questa forma di lavoro, pur nella sua temporaneità (eventualmente dilatabile) e nel basso reddito, garantirà nel periodo una retribuzione costante e ininterrotta e, nel contempo, una flessibilità sana ed incruenta attraverso la partecipazione a più progetti, coerenti col cambiamento continuo;

– le imprese saranno dunque aiutate in altro modo, più efficace e diretto; così come in altro modo sarebbero realizzate le infrastrutture;

– tale proposta è volta a contrastare la corruzione e gli sprechi scandalosi di risorse, prevedendo che le opere pubbliche non complesse vengano eseguite direttamente dai lavoratori inoccupati, invece che attraverso appalti dispendiosi e manipolabili, che darebbero lavoro a un ridotto numero di persone, invece che alle decine di migliaia di senza lavoro;

– gli interventi proposti potrebbero costituire infine un’utile sperimentazione per arrivare ad un nuovo sistema di sicurezza sociale.

 

 

CONTATTI: comitatolavorodignitaevita@gmail.com

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